In morte di Mario Rapisardi

A Antonio Gamberi
0 Altın Yaprak
Da vari giorni infermo giaceva il sommo pensator poeta; e, rassegnato come un greco stoico, aspettava seren l'ultima mèta. E intorno a lui gli amici, nella trepidazion, nell'amarezza, prevedevan vicina la catastrofe, senza speranza alcuna di salvezza. Ed oggi si diffonde, messaggera di lutto e di sconforto, triste notizia, in termini laconici, ahimè, che Mario Rapisardi è morto! A sì ferale annunzio, piange l'Italia che lavora e spera e il genio, che non ha confini e codici, piange, anch'egli, al di là della frontiera. Par che la nostra vita sia come tôcca da malore ignoto e si stacchi qualcosa dal nostr'essere, lasciando noi nello squallor, nel vuoto. Chi fu? Fu lottatore, rigido nella vita e nei costumi, diritto di pensiero e di carattere, odiato a morte da gonfiati numi. Fu educator che seppe sull'esempio basar l'insegnamento, suscitando nel cuor de' suoi discepoli la forza e la virtù del sentimento. Come principio pose 'amor fraterno che insegnò egli stesso; e, per base, ritenne urgente l'ordine, e come fine designò il progresso. Ei di sospetti onori schivo e flagellator della menzogna, nella sua vita non trovate un attimo d'incoerenza e viltà, nè di vergogna. Il dilagar del vizio e il traffico sferzò della coscienza; per questo l'addentava il Giove olimpico, sotto il manto dell'arte e della scienza. Sempre sdegnoso e fiero, della giustizia difensore invitto, contro l'abuso di civili barbari, d'oppressi e vinti perorò il diritto. Egli ebbe anima greca, cuore di Tito, mente gigantesca; concezione profonda di filosofo, genio latino, ispirazion dantesca. Ei l'avvenire umano divinar seppe con robusti versi. Basta legger Lucifero e ''l'Atlantide'' per convincersi meglio e persuadersi. L'opera di scrittore, arte fu di sublime poesia; e benchè non toccò Clitunno e Satana, chi può negar che novator non sia? Chi può negare in lui il genio della scienza e della rima? Che importa se , pien di fegato, volgarmente l'assale e non lo stima? Basta che lo comprenda chi sdegna genuflettersi e servire e non cerca medaglia o laticlavio, lottando - come lui - per l'avvenire. Basta che le dottrine professate da lui diventin pane, che alimenti la fede e nutra l'anima, nel turbinio delle vicende umane. In si calda speranza, copriam la tomba sua di semprevivi, mentre, nell'ora luttuosa e tragica, passano i buoni e restano i cattivi. Joeuf, gennaio 1912

Metnin kaynağı: Kamu malı arşiv

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