Poco spazio di terra (1834)

F Fulvio Testi
0 Altın Yaprak
Poco spazio di terra Lascian omai l’ambizïose moli A le rustiche marre a i curvi aratri Quasi che mover guerra .mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Del ciel si voglia agli stellanti poli S’ergono mausolei s’alzan teatri, E si locan sotterra Fin su le soglie delle morte genti De le macchine eccelse i fondamenti. 10Per far di travi ignote Odorati sostegni a i tetti d’oro Si consuman d’Arabia i boschi intieri: Di marmi omai son vote Le Ligustiche vene, e i sassi loro 15Men belli son perchè non son stranieri: Fama han le più rimote Rupi colà de l’Africa diserta, Perché lode maggior il prezzo merta. Lucide sontuose 20Splendon le mura sì che vergognarsi Fan di lor povertà l’opre vetuste: D’Agate prezïose, Di sardoniche pietre ora son sparsi I pavimenti de le logge auguste. 25Tener le gemme ascose Son mendiche ricchezze e vili onori, Si calcano col piede ora i tesori. Cedon gli olmi e le viti A l’edre a i lauri, e fan selvagge frondi 30A le pallide ulive indegni oltraggi. Sol cari e sol graditi Son gli ombrosi cipressi e gl’infecondi Platani e i mai non maritati faggi. Dagli arenosi liti 35Trapiantanti i ginepri ispidi il crine, Che le delizie ancor stan ne le spine. Il campo ove matura Biondeggiava la messe or tutto è pieno Di rose e gigli e di viole e mirti. 40La feconda pianura Si fa novo diserto, e’l prato ameno Boschi a forza produce orridi ed irti. Cangia il loco natura, E del moderno ciel tal’è l’influsso, 45Che la sterilità diventa lusso. Non son non son già queste Di Romolo le leggi, e non fur tali O de’Fabrizi, o de’ Caton gli esempli. Ben voi fregiati aveste, 50O de l’alma città Numi immortali, Qual si dovea d’oro e di gemme i templi, Ma di vil canna intesto Le case furo, onde con chiome incolte I consoli di Roma uscir più volte. 55Oh! quanto più contento Vive lo Scita, a cui natio costume insegua d’abitar città vaganti. Van col fecondo armento Ove più fresca è l’erba e chiaro è ’l fiume 60Di liete piagge i cittadini erranti, Dan cento tende a cento Popoli albergo, ed è delizia immensa Succhiar rustico latte a parca mensa. Noi di barbara gente 65Più barbari e più folli a giusto sdegno La natura moviamo il mondo e Dio; E ne l’ozio presente Istupidito è sì l’incauto ingegno, Che tutto ha l’avvenir posto in obblío, 70Quasi che riverente Lunge da i tetti d’òr Morte passeggi, E ’l Ciel con noi d’eternità patteggi. E pur, Giuseppe, è vero Che di fragile vetro è nostra vita, 75Che più si spezza allor che più risplende. Tardo sì, ma severo Punisce il Ciel gli orgogli, e la ferita Che da lui viene inaspettata offende. Non con stil menzognero 80Attiche fole ora mi sogno o fingo, Le giustizie di Dio qui ti dipingo. In aureo trono assiso Coronate di gomme a mensa altera Slava de l’Asia il re superbo e folle; 85Il crin d’odori intriso Piovea sul volto effeminato, ed era Pion di fasto e lascivia il vestir molle; Mille di vago viso Paggi vedeansi a un solo ufficio intenti 90Ministrar lauti cibi in tersi argenti. Tutto ciò che di raro in ciel vola, in mar guizza, in terra vive Del convito real si scelse agli usi. Vini che lagrimaro 95Le viti già su le Cretensi rive Pur con prodiga man sparsi e diffusi; Nè soave nè caro Il frutto fu cui non giugnesse grido. O contraria stagione o stranio lido, 100Scaltro garzone intanto Per condire il piacer de la gran cena Temprò con saggia mano arpa dorata.

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