Sopra il Santissimo Natale

P Pietro Metastasio
0 Altın Yaprak
Già porta il sol dall'oceano fuore Il suo splendore; e va spargendo intorno Novello giorno di letizia ornato Più dell'usato. Scuotono i pini dall'antica chioma L'orrida soma, che gli tiene oppressi, E i monti anch'essi l'agghiacciate fronti Sciolgono in fonti. La valle e'l prato in quelle parti e in queste L'erbe riveste, e di fiorita spoglia Lieta germoglia, che da sciolta neve Vita riceve. E pure il verno or or del pigro gelo II bianco velo avea per tutto steso, E d'ira acceso Borea, ove correa, Nembi movea. Ah ben conosco ormai l'alta cagione, Che sì dispone gli elementi tutti. Non più di lutti e doglie il nostro petto Sarà ricetto. Nato sei tu, che con eterne leggi II moto règgi alle celesti sfere E alle nere tempeste il freno e ai venti Stringi ed allenti. Nato sei tu, dalla cui mente immensa Pende l'essenza e 'l corso delle cose, Che sono ombrose agli occhi de'mortali Deboli e frali. Quello tu sei, che agli elementi diede Natura e sede, e gli compose in pace; Talchè del sol la face, un tempo oscura, Sorgesse pura. Tu alla terra ed all'acqua il basso loco, E desti al fuoco più sublime sfera, E la sincera e pura aria dappresso Ponesti ad esso. Quello sei tu, che creò l'uom primiero, Che'l gran d'impero disprezzando, morse II pomo, e corse in braccio al suo periglio Senza consiglio. Tu per corregger l'uman germe immondo, Festi del Mondo un elemento solo, Sì che alcun suolo non rimase asciutto Dall' ampio flutto, Quando salì di Proteo il gregge fido Su 'l caro nido degli eterei augelli, E i daini snelli, non trovando sponda, Notar sull'onda. Or che d'alta pietà per noi si muove, In forme nuove ad emendar ci viene, Non con le pene già dovute a noi Dai sdegni suoi; Ma pigliando in sè stesso i proprj affanni, Per torci a' danni delle colpe gravi, E acciò si lavi un infinito male Con pena eguale. Ei mirò noi, come sdruscito legno Fra I' aspro sdegno d' Aquilone e Noto, Che per l'ignoto pelago fremendo, Fan suono orrendo. E come dopo un' orrida procella Amica stella a' naviganti appare, Che quieta il mare, e col suo lume fido Gli adduce al lido; Tale il suo ajuto e 'l chiaro esempio sorge, Che l'alme scorge a godimento eterno, Che mai per verno, o per estivo ardore Languisce o muore. Or gli alti colli abbasseran le cime, E l'ime valli sorgeran fastose, E diverran le vie scabrose e strane Facili e piane. Il superbo, che vil sè stesso rende, Perchè dipende dall' ossequio altrui, I fasti sui lasciando al Nume vero Volga il pensiero. E allor gli fia quella virtù concessa, Che da sè stessa trae sommo piacere, Non dall'altere pompe e dagli onori Di gemme e d'ori. Or che l'Autore della pace è nato, In ogni lato si diffonde lieta, E tutte accheta le feroci genti, Di sdegni ardenti. Talchè il furor dell'aquile latine, Ch'aspre ruine ragunava intorno, E sempre adorno di novello acquisto Scorrer fu visto Traendo dietro de' romani segni Provincie e regni debellati e vinti, E i Regi avvinti agli trionfi suoi Da' lidi eoi, L'armi depone, ed in aratri duri Cangia le scuri sanguinose e fiere, E le guerriere spade e i fasci ostili In falci umili.

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